Premio Stresa di narrativa. La regola dei pesci, di Giorgio Scianna.

La regola dei pesci, di Giorgio Scianna, Einaudi editore.

 

Quest’anno, per la prima volta, faccio parte della Giuria dei lettori del Premio Stresa di Narrativa. La prima edizione risale al 1976, e ne inaugurò vincitore Gianfranco Lazzaro, attuale Presidente del Premio, con Il cielo colore delle colline, La Provincia Azzurra edizioni.

La Giuria dei Critici è composta da Piero Bianucci, giornalista e scrittore italiano, Maurizio Cucchi (vincitore nell’edizione 2005), il Presidente, Orlando Perera, storico giornalista di Rai3, e Marco Santagata (vincitore nell’edizione del 2006).

Ieri sera, nelle sale fiabesche del Regina Palace Hotel di Stresa, si è tenuta la terza delle serate di presentazione dei libri finalisti dell’edizione attuale; ospite, Giorgio Scianna, con il suo ultimo lavoro La regola dei pesci, che segue Qualcosa c’inventeremo, pubblicato nel 2014.

Come in quest’ultimo romanzo, anche ne La regola protagonisti sono ragazzi; quattro adolescenti, questa volta, Lorenzo, Ivan, Roberto e Anto che nell’estate della maturità, durante il Viaggio in Grecia che “Era la prima vacanza da maggiorenni. Era la nostra estate”, scompaiono. Lasciandosi dietro, come esordisce l’autore presentando il romanzo, “tutte le domande che potevano lasciare.”

Nessun indizio di fuga c’era stato, nei giorni precedenti, nessun, sia pur appena accennato, segnale di malessere, o d’inquietudine. Il solito parlarsi-non-parlandosi fra genitori e figli, quando sembra che le parole, più che gettare un ponte, scavino fossati.

Ma perché ‘la regola dei pesci?’ E’ una nozione zoologica, come spiega Scianna, che indica il muoversi dei pesci a banchi per confondere e sfuggire ai predatori. Come fanno gli adolescenti del suo romanzo, che nel banco si chiudono e dal banco ricevono spinta ad agire (deleteria, come per i quattro protagonisti) ma anche sostegno e identità.

Come afferma l’autore, “il gruppo è più del quinto personaggio, nel libro; modifica le dinamiche, influenza i comportamenti”.

Scianna nel suo lavoro indaga quella terra di nessuno chiamata adolescenza,  mondo conosciuto perché lo si è attraversato, ma sconosciuto perché sempre mutevole.

Esordisce, Scianna, con l’incipit del romanzo, accompagnando le parole con una gestualità che si fa testo essa stessa; il tono è suadente, avvinghia e incanta, l’uditorio è preso, è nelle pagine del suo libro.

Nel libro ci sono due voci narranti, quella, impersonale, che racconta i genitori, gli insegnanti, le compagne di classe, tutte femmine, della Quinta C del Liceo Tommaseo, gli investigatori. Una voce fredda quasi come “un verbale di polizia”, secondo l’autore. E poi c’è la voce di Lorenzo, uno dei quattro, che a un certo punto della storia ritorna. Da solo, e non parla con nessuno. Il suo silenzio, indagato, analizzato, tormentato non svela nulla di quello che è successo, se non un “Sono vivi. Stanno bene. Non vi dirò altro.”, scarabocchiato sul block notes che la psicologa da cui l’hanno scaraventato gli ha messo davanti.

L’asetticità quasi delle reazioni dei genitori fa da contraltare all’ansia che assale il lettore a mano a mano che procede nella lettura. Non si può fuggire, si resta intrappolati fra le pagine dell’incertezza mentre mille dubbi e ipotesi si affacciano alla mente. Noi che leggiamo diventiamo quei genitori, spiazzati, confusi, inadeguati, nudi e impotenti di fronte al buco nero che li ha inghiottiti. Ma poi siamo anche Lorenzo, ci vestiamo del suo ineluttabile agire. Ne comprendiamo il silenzio, inevitabile, che “parla” attraverso le domande delle compagne di classe, dei genitori, della polizia. Un silenzio in cui soltanto l’innocenza di Benedetta, la sorellina, fa breccia. Perché è l’innocenza degli inizi, forse, a non essere fuggita. E’ una speranza? Non so. C’è ancora speranza per i nostri ragazzi? C’è uno spazio che si faccia culla dei loro sogni? O i nostri timori, le nostre aspettative, queste nuove, terribili “meravigliose sorti e progressive” li stanno uccidendo?

Scianna si dice persuaso che noi genitori si navighi a vista, e che il messaggio che lanciamo ai nostri ragazzi sia che non esiste più un futuro, non qui, e che vadano altrove. L’elemento che fa da reagente, nelle pagine, è proprio la difficoltà nel rappresentare il futuro dei giovani.

E noi, forse, non sentiamo più le loro urla perché gridano nel vuoto pneumatico delle nostre illusioni confuse. Ci parliamo come sott’acqua, ai nostri ragazzi, ma l’acqua ci annega. Eppure basterebbe, forse, prenderli per mano e guardarli negli occhi come la prima volta, e lasciare che a parlare sia l’amore, soltanto. Perché di questo, genitori e figli, non smetteremo mai d’aver bisogno.

Tutto, in questo libro, è necessario. Terribile, e meraviglioso.

 

Altri libri di Giorgio Scianna:

Fai di te la notte (Einaudi, 2007)

Diciotto secondi prima dell’alba (Einaudi, 2010)

Qualcosa ci inventeremo (Einaudi, 2014)

 

 

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