Premio Stresa di narrativa 2017. Vita di Nullo, di Diego Marani

E’ Diego Marani col suo Vita di Nullo, edito da La nave di Teseo, a inaugurare la prima delle serate di presentazione del Premio Stresa di Narrativa 2017.

Chi è il Nullo del romanzo, e perché questo nome?

Nullo è un personaggio reale, come tutti i protagonisti di questa storia, anche se, per tutelarle, Marani ne ha cambiato i nomi. E’ delicato narrare le vite degli altri, impossessarsene e farne ciò che si vuole, è necessario farlo con rispetto, spiega. E il rispetto, unito al sentimento di amicizia che lega l’autore ai suoi protagonisti, trapela da ogni pagina.

E’ un paesino della Bassa padana, il vero protagonista della storia, e racconta quello che oggi si è perso, il tessuto sociale. Tutti quei rapporti umani che tenevano insieme il paese, ne facevano una comunità, si sono diluiti fino a scomparire. Quello che resta oggi, di tutti questi paesi, è un guscio vuoto, sono paesi-dormitorio senza più un’identità.

E Nullo è il nome che gli anarchici davano ai propri figli, “nessun dio”.

Col tempo, Marani ha capito che ciò che l’ha spinto a scrivere di quel posto, del suo paese, è il fatto che esso non esiste più. Non c’è più la gente che si dà appuntamento al bar a parlare di ogni cosa e di niente, i giovani non lo frequentano.

Nullo era molto più di un amico; in quel paese, l’amicizia non si sceglieva, l’intimità era forzata, si sapeva tutto di tutti. Eppure, in questo scenario, si imparava l’arte dell’ascolto, si sviluppava l’empatia. In un paese come quello narrato ognuno aveva il suo ruolo, ricevuto come un’investitura dall’intero paese, e a quel ruolo doveva attenersi.

Nullo era il “capro espiatorio” di quel gruppo di ragazzi del bar che non sapevano cosa ci si aspettasse da loro, era “il parafulmine delle loro angosce”. E Nullo non cercava di sottrarsene, no, lui gli scherni, le critiche anche un po’ feroci se le cercava. Era la loro vittima ma anche il loro sciamano, conosceva la sottile magia che li teneva insieme. Loro avevano bisogno di lui e lui di loro, erano legati, indissolubilmente.

A un certo punto, però, Nullo va via, lascia il paese. E il paese intero si sente alla deriva, senza ciò che lo ormeggiava a se stesso. La stessa lingua che parlavano si è sfilacciata, il dialetto che li univa si è mischiato all’italiano, sempre di più nel corso degli anni. Marani racconta come soltanto lui, che da quel paese è andato via, lo parla ancora. Perché, il dialetto, fa parte delle sue radici, che sono rimaste lì, e delle quali ha bisogno per capire chi sia, per assorbire tutte le differenti realtà con cui è andato a confrontarsi nel corso della sua vita. Come ha raccontato, la sua è una vita da cosmopolita, cui si è “lungamento addestrato e che ora conduco con una sorta di snobismo, mai pago di scavalcare frontiere”.

E’ un romanzo breve, questo, ma è una scelta precisa dell’autore, che ama “scrivere concentrato, amo la sintesi. Perché dire con tanto ciò che si può dire con poco?” La lingua, dice Marani, è uno strumento musicale. Basta poco, è vero, per farla risuonare.

 

Un pensiero riguardo “Premio Stresa di narrativa 2017. Vita di Nullo, di Diego Marani

  • 23 settembre 2017 in 12:12
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    Un bel libro cara Annamaria, che mi è rimasto impresso, forse perché mi ricorda tanto i ragazzi che venivano nel bar di mia madre, qualcuno di loro assomigliava proprio a Nullo. Vite di piccoli borghi, che nascondono grandi verità di vita. E poi, quel rivalutare il dialetto…bellissimo! Maria Grazia Todesco

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