Alberto Rollo, Un’educazione milanese

 

Proseguono, gli appuntamenti stresiani, con il secondo romanzo in gara.

Alberto Rollo, prima direttore letterario in Feltrinelli e dal 2017 direttore editoriale in Baldini Castoldi, traduttore, fra gli altri, di Jonathan Coe, e autore di saggi, ci parla del suo memoir, edito da Piero Manni.

In realtà, non aveva intenzione di pubblicare un romanzo, ci si è deciso tardi. Pian piano è maturata in lui un’ossessione che si è fatta necessità, quella di rendere ragione a se stesso di come mai sentisse tanto forte l’appartenenza alla sua città.

Il libro inizia con una spiegazione del sentimento profondo che lega l’autore a Milano. Racconta di una mattina festiva degli anni cinquanta, di una piazza di quartiere in cui si esibisce un gruppo che intona un ritornello di quel periodo: “E’ una semplice canzone da due soldi / che si canta per le strade dei sobborghi”. Il piccolo Alberto sfugge alla presa del padre e viene risucchiato da un “bosco di gambe, borse, giacche appoggiate su un braccio” e “dentro l’ombra di tutti quei corpi senza volto” si sente perduto e scoppia in lacrime. Il muro di gente si apre, il cantante del gruppo lo scorge, lo solleva in alto facendogli spiccare il volo sino ad arrivare in mezzo alle foglie dei platani; poi chiede, rivolto alla folla “Di chi è questo bambino?” “Milano lo vuole?”

Il padre lo recupera e per consolarlo lo porta in un bar a bere una gazzosa. Fra un sorso e l’altro, intervallati dai singulti del pianto, resta sospesa la domanda “Milano lo vuole?” a turbare il piccolo Alberto.

Ma chi era “questa Milano che poteva anche non volere?” . E cosa sarebbe successo, se Milano non l’avesse voluto? Ma Milano, infine, lo ha voluto, egli ne è certo. E a quest’appartenenza è dedicato il libro.

Rollo ha sfidato gli strumenti della memoria per realizzare una “ricognizione narrativa”, come ha definito il suo libro. Non ha fatto appello alla “memoria orizzontale” di Proust, ha scelto gli episodi di cui voleva narrare e soltanto di quelli ha scritto, ignorando il resto. La sua scrittura è netta, non ha voluto parole “ornamentali” a vestire i ricordi; essi dovevano essere restituiti così com’erano, senza orpelli.

Questo libro non è un’autobiografia, non procede per sommatoria cercando di riportare fedelmente gli episodi del passato, procedendo “per accumulazione”. In queste pagine è il sentimento che scrive, per ricostruire accadimenti non nella loro verità storica ma nel loro impatto emotivo.

L’esigenza di ritrovare le radici di cui avvertiva la presenza lo ha portato a indagare il passato, a cercarle in una città come Milano che le disperde, come avviene per ogni grande città.

Il racconto prende le mosse dalla sua infanzia di figlio di operai, per cercare quello che ne ha ricavato in termini di identità e di valori. Egli vede, anche nella Milano attuale, una voglia mai sopita di nobilitarsi attraverso il lavoro, insegnamento proprio di quella classe sociale.

La città che Rollo guarda con gli occhi della memoria è quella che guardava con l’amico Marco, “che sarebbe diventato un architetto”. E le immagini di oggi, come tratteggiate su un lucido, si sovrappongono a quelle di ieri. Con la medesima, immutata, questa sì, passione.

Ho vissuto sempre a Milano e non conosco un’altra città – né posto diverso da una città – in cui potrei vivere. Non si tratta di un vincolo meramente sentimentale. Credo abbia a che fare con una specie particolare di ‘educazione milanese’, di cui ho potuto, col tempo, riconoscere le origini di classe e la contraddittoria persistenza, rinvenendo i tratti di una diffusa forma di educazione sentimentale che va oltre i luoghi comuni del dialetto, dell’operosità e delle celebrazioni di un fantomatico genius loci. Nella fattispecie si tratta di un’ ‘educazione milanese operaia’” .

 

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