Il ghostwriter e i ricordi

I ricordi sono un materiale fondamentale per ogni ghostwriter che scriva memoir.  Riflettevo sul loro meccanismo in questi giorni, bloccata in casa da un’influenza, senz’altra attività se non quella del riposo assoluto. Non male, non fosse stato per l’emicrania pervicace che non mi ha lasciato scampo per quasi tutto il tempo. Stesa a letto, o sul divano, la mia mente ha vagato, percorso sentieri in cui il sogno era frammisto alla realtà. Guidata dal ritmico pulsare del dolore, si è persa fra l’abete lucido delle travi sul soffitto, il lilla tenue della parete, il noce del settimanale, la luce che via via cambiava intensità, dalla finestra della mansarda, passando dal chiarore vivido del giorno alle ombre morbide e accoglienti della sera. Immagini reali si sovrapponevano a quelle evocate dalla mente, ricordi si affacciavano mescolandosi a frammenti di sogni, senza più confini fra realtà e fantasia. Ero in una dimensione ibrida, in cui l’unico elemento onnipresente era quel dolore pulsante. Libera da schemi, ho lasciato che i ricordi fluissero. Mi sono vista a Tricase, il mio paese d’origine, sulle scale che portano al sagrato della Chiesa di San Domenico, un bell’edificio in stile barocco. Non c’erano colori, credo fosse inverno, o autunno, perché mia madre era vestita di nero, con una camicia a maniche lunghe. La scura statua di Pisanelli, dal centro della piazza omonima, incombeva su di me, e grigio era il cielo, e l’asfalto, i lastroni della strada e la fontana che gorgogliava., in fondo.

Io facevo i capricci, avrò avuto cinque, sei anni al massimo, strattonando mia madre; lei  mi tirava in direzione opposta, finché non mi ritrovai con il polso slogato. Il pianto che ne seguì gettò nel panico mia madre e i tricasini che, sotto la torre dell’Orologio, passavano il tempo a scambiarsi pettegolezzi, allora come oggi. Una vecchina tutta nera, fazzolettone in testa compreso, ci condusse da lei. Abitava in un vicolo lì vicino, in una casetta con le volte a stella, come molte abitazioni del centro storico. Mi impiastricciò il braccio con un impasto di albume d’uovo sbattuto e qualcos’altro che non saprei dire, avvolgendo il tutto in una garza stretta, che puzzava terribilmente e mi faceva male forse più della slogatura. Stoppa, la chiamavano, o stuppa, credo, in dialetto.

Un dolore, penso, anche senza scomodare Freud, me ne aveva richiamato alla mente un altro.

E i vostri ricordi, vi sorprendono all’improvviso? Qual è quello più piacevole, o il più brutto, che vi tormenta ancora?

L’amico Piero De Iaco, che ringrazio di cuore, mi ha fornito questo suo racconto visivo di Piazza Pisanelli.

Allora: dilloconparolemiela vostra ghostwriter è pronta a scrivere la vostra storia più bella.

 

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