Il Ghostwriter e la Nostalgia

Se voglio pensare a qualcosa di rilassante, fra una scrittura e l’altra come ghostwriter, rivado sempre indietro nel tempo ai giorni dell’estate nella casa all’Isola. Ai pomeriggi pigri dopo il bagno del mattino, quando il crepuscolo ancora non è arrivato, l’aria non ha ancora il profumo della sera, le ore scorrono lente tutte da riempire. C’è il frinire delle cicale, nascoste nell’erba secca dei campi intorno alla casa, fra gli alberi di fico, gli eucalipti e gli oleandri; c’è il cadenzare ritmico dei motoscafi che battono la superficie dell’acqua, le grida attutite dei bagnanti pomeridiani, il rumore delle auto che percorrono la statale verso Castro o verso Marina Porto. Ci sono i nostri cani, Milù e Wolf, liberi di scorrazzare nel giardino inseguendo le lucertole, con il gatto Pallino che li guarda leccandosi sornione una zampa. C’è mio padre, appoggiato alla ringhiera azzurra della terrazza, un piede sulla barra inferiore, che ci guarda giocare in canotta bianca e pantaloncini caki, sformati e un po’ larghi sulle gambe magre, un panama troppo piccolo calcato sul capo, inclinato a ombreggiare il viso. La sigaretta fra le dita, lancia piccole spire di fumo che si dissolvono nell’aria, accompagnandole con brevi scatti circolari della testa incassata nelle spalle, in un semicerchio acquiescente. Il suo mondo è lì davanti agli occhi, il mare fra gli alberi, i cani, il gatto, mia madre seduta in veranda, noi fratelli con gli amici dell’Isola, Silvia, Marcella, Giuseppe, sporchi di terra e sudore, che mangiamo pesche gocciolanti tessendo le trame delle serate che ci aspettano.
Ci sono le chiacchiere di noi ragazze che ce ne stiamo a casa di Silvia, sulla grande terrazza bianca che affaccia sull’orizzonte di acqua e cielo, la brezza che sa di mare, di conchiglie seccate al sole e di sale; o appollaiate, le gambe nude, sui grossi rami del fico nel piccolo giardino oltre la strada, accanto alla tettoia di canne che fa da riparo per le auto. Il latte dei fichi appiccica le dita, la polpa rossa ci si rompe in bocca con i suoi mille semini croccanti, calda di sole.
L’estate era un lungo, lungo pomeriggio da giugno a ottobre, con i drammi feroci dell’adolescenza temperati dall’acqua salata, punteggiati dal frinire sommesso delle cicale. Non riesco a immaginare un’estate senza l’Isola, una felicità senza quel mare, senza quegli scogli che hanno la memoria del mio corpo. Vivo, durante l’anno, in attesa di quei giorni, senza i quali non sarei più.
Da lì riparto ogni volta, da quel semicerchio acquiescente.

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