Premio Stresa di Narrativa 2018.Se tu potessi vedermi ora, Carolina Orlandi

La quinta, e ultima, serata di presentazione del Premio Stresa di Narrativa, vede protagonista Carolina Orlandi, che racconta le vicende che condussero alla morte, la notte del sei marzo duemila tredici, di David Rossi, dirigente al Monte Paschi di Siena.

Una sera (…) ti ho chiesto come mi sarei dovuta muovere, un giorno, se avessi voluto scrivere un libro. Tu ti sei girato verso di me, con la tua solita aria apparentemente disinteressata, e mi hai detto: «Intanto per scrivere un libro bisogna aver qualcosa da raccontare».

Quando si legge un libro, lo si analizza, lo si studia, lo si scompone per metterne a nudo lo scheletro, capirne la struttura, quello che resta è l’ordito, e più esso è lineare, ben saldo, tanto più la trama che ci si appoggia sarà piena e scorrevole.

Fra queste pagine però non c’è una Trama, benché i fatti narrati rispondano a una coerenza interna che li rende d’immediata comprensione, non ci sono artifici narrativi, parole scelte ad arte per impressionare, non ci sono, come li definirebbe Carver, “trucchi”.

Cosa c’è, allora, fra queste pagine?

C’è, per dirla con le parole del protagonista, una “Storia da raccontare”. Che però non è soltanto una storia, oh no, è una vita, quella di David Rossi, responsabile dell’Area Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, è la sua morte, ancora oggi avvolta in un mistero che non è quello dell’aldilà, insondabile per sua stessa natura, ma un mistero terreno, generato e nutrito per sottrazione da una verità che pare essere stata via via scarnificata fino a renderla poco più che un’ombra.

È la storia di quella che sembra essere un’indagine al contrario, in cui Carolina si muove con passo sicuro. È un’analisi lucidissima, la sua, che ripercorre, come seguendo le medesime orme nella neve, quegli stessi passi che da David portano fuori dal vicolo di Monte Pio, lontano dalla verità, indietro versoDavid, in quel vicolo, versola verità.

È impossibile giudicare la storia, non è un’opera di narrativa, è la storia vera di un uomo e dei fatti che lo condussero alla morte. Nonostante l’indubbio impatto emotivo che gli eventi narrati debbano aver prodotto nell’autrice mentre ci si confrontava davanti alla tastiera di un computer, non c’è pietismo, non c’è autocommiserazione,  non parole a effetto per commuovere. C’è la narrazione chirurgica di un sentimento, di una vita, di un uomo e dei suoi rapporti con la moglie, la figlia, gli amici e i parenti più cari. Fra queste pagine, le parole tolgono e danno allo stesso tempo, tolgono sentimentalismo e danno sentimento, tolgono trame e danno fatti.

In esse, il sottotesto è quella verità scarnificata e ridotta a uno scheletro in un vicolo buio in quel di Siena, che getta ancora potente la sua ombra, luminosa come un fascio di luce nelle tenebre.

Come la lama, sottile, di un laser.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *