Gli attrezzi del mestiere

I miei studi e l’esperienza mi hanno consentito di affinare le tecniche della scrittura, di usare al meglio gli strumenti di cui si serve lo scrittore.

Sì, ma quali sono, questi strumenti?

Carta e penna, direte voi, o meglio, computer o tablet, visto che siamo nell’era digitale. Certo, così come lo scalpello è lo strumento dello scultore o il pennello del pittore. Questi però sono gli strumenti materiali, fondamentali ma insufficienti a trasformare, da soli, un blocco di marmo nella Pietà o una tela nella Gioconda.

Gli strumenti di uno scrittore sono la grammatica, la sintassi, le regole dei vari generi narrativi: il racconto, il romanzo, il saggio, l’autobiografia, la biografia…

Egli deve conoscerli, saperli maneggiare e, all’occorrenza, stravolgerli consapevolmente.

Non tutti sanno scrivere, non tutti quelli che sono in grado di farlo possono farlo, per mancanza di tempo o per mancanza di voglia.

La scrittura è un’attività complessa, che fa entrare in contatto con la parte più profonda dell’essere; scava nella memoria, fa emergere episodi dimenticati, dolorosi o piacevoli. Le emozioni che emergono forgiano i personaggi, le storie prendono vita, si colorano di passione o di rabbia, di amore, d’ invidia, si sporcano, perché la vita è così, meravigliosa e impura.

Tutte le vite meritano di essere raccontate o soltanto quelle illustri? Io penso che ogni vita sia meritevole di memoria, perché ogni vita ha lasciato un segno in quelle degli altri, le ha modificate, rendendole migliori o peggiori, non importa, ma segnandole, lasciando un’impronta di sé. Ogni nostro gesto, ogni nostro sorriso, ogni nostro moto di rabbia modifica la storia; magari non ne siamo consapevoli, ma avviene, tutti i giorni.

Immaginate una mattina qualunque, una coda delle tante che affrontiamo per andare al lavoro. E’ presto ma siamo già stanchi, provati da una notte faticosa. L’auto davanti alla nostra frena all’improvviso, siamo sovrappensiero e facciamo appena in tempo a evitare l’urto. Il cuore ci balza letteralmente nel petto, e sì, un’imprecazione sale alle labbra quando, davanti ai nostri occhi stupefatti, un cerbiatto attraversa di corsa la strada, fermandosi per un solo, magico attimo, a fissarci. Il tempo sembra fermarsi, la natura sospende il suo corso, incrociamo lo sguardo del guidatore nell’auto che abbiamo evitato di tamponare e sorridiamo, all’unisono. Il sorriso si allarga sui nostri volti, il cuore riprende i suoi battiti, la tensione è scivolata via, come d’incanto.

L’animale spaventato è corso via, riprendiamo la marcia.

Cos’ è successo? Nulla, direbbe qualcuno, l’incidente non c’è stato, il cerbiatto è vivo, nessun danno, tutto come prima.

Veramente? Ne siete sicuri?

Eppure qualcosa è successo, che ha cambiato quella che sarà la nostra giornata: non più umor nero, non più facce imbronciate, ma una leggerezza che accompagnerà i nostri passi e alleggerirà quelli di chi incontreremo sulla nostra strada. Chi era triste ritroverà forse il sorriso, a qualcuno regaleremo pochi e insperati attimi di felicità, la nostra gentilezza li sorprenderà, magari, ma ne saranno arricchiti, e grati.

Ognuno di noi ha avuto i suoi “cerbiatti” inaspettati, ognuno di noi ha cambiato la vita di qualcuno.

Ognuno di noi ha un patrimonio incommensurabile e prezioso, la propria storia, unica e irripetibile.

Io posso raccoglierla, mettere in ordine i ricordi, e consegnarvela, in modo che possiate farne dono a chi desiderate.

Cambiando la sua vita, magari. O la vostra.

Romano Luperini, uno dei migliori critici letterari italiani contemporanei, che tenne alcune lezioni illuminanti durante il Master che frequentai, in una meravigliosa intervista rilasciata ad Antonio Gnoli su R.it del quattordici febbraio del duemilasedici ha risposto così alla domanda su cosa fosse la guarigione: “Non esiste. Freud parlò di destino. Beninteso non quello dei greci, ma il saper riconoscere la spinta della propria vita. La corrente che ti attraversa. La guarigione è questo riconoscimento”.

La guarigione, a volte, passa anche dalla scrittura. Consegnare al foglio le paure o il dolore che squassano l’animo equivale a esorcizzarle, e consegnarle a una dimensione che non sia più l’oscuro abisso del nostro animo ma liberarle, farle diventare altro da noi.

Perché tutti meritiamo una vita libera dalla paura e dal dolore. Tutti abbiamo diritto all’alba di un nuovo giorno.

Scriviamola insieme, io sono pronta, e tu?