Una trama inconsistente

La vicenda di cui si narra si svolge in un sonnacchioso paesello ligure, dal nome fittizio di Pineta Marittima.

In tale amena località convergono i destini di una serie di personaggi in caduta libera da se stessi: il milanese Giulio Lopresti, titolare di una fabbrichetta in quel di Cernusco, diviso fra danèe, donne e motori, l’amico del cuore, Luca, senza tanti danèe, diviso fra gastriti post-coitali e Mariella, moglie di Giulio; Mariella, fashionista taglia 38, divisa fra l’indifferente Giulio, un paio di tette nuove di zecca e una serie di amanti più o meno occasionali; Saverio, palestrato un tantinello s-pompato, diviso fra Mariella e i propri gioielli di famiglia; Prugna, un Chihuahua diviso fra l’amata padroncina Mariella e i gioielli di famiglia di Saverio; Pasquale de Matteis, Commissario di Polizia salentino, diviso fra le pizze di patate della moglie e il “de” minuscolo nel cognome del suo nobile collega; Guido de Pascalis, il nobile collega, diviso fra le giacchette di Armani e il De maiuscolo nel popolano cognome del suo capo; Lorella, infreddata moglie del De maiuscolo; Vanessa, cognata di quest’ultimo, divisa fra la propria modellesca taglia 36 e Giulio Lopresti, attuale amante; Michelino, diviso fra il cadavere di Mariella e quello della propria sfortunata moglie.
Nell’arco di un paio d’ore il destino mescolerà le carte dei nostri eroi, avvincendoli gli uni agli altri in un mulinello di fortunosi eventi.

 

Il libro, edito da EditoreXY.it, è stato presentato al Salone del Libro di Torino il 19 maggio del 2013.

 

 

 

Estratto:

“Il Commissario di Pineta Marittima, un pezzo da novanta scuro di pelle e capelli, dal viso squadrato e folte sopracciglia a far la guardia a occhi color della pece, cinquant’anni da poco compiuti, di nome Pasquale De Matteis (con la D maiuscola, non minuscola ché fa titolo nobiliare, e lui ci teneva a ricordare come i suoi di nobiliare non avessero un bel nulla, che anzi loro, ai nobili, li avevano dovuti servire per quarant’anni prima d’andarsene in pensione con un tozzo di pane, che se non li aiutava lui sarebbero morti di fame, bella nobiltà, sì, proprio bella, la nobiltà!), il Commissario De Matteis, dunque, arrivò al commissariato di Pineta Marittima sul presto, come tutte le mattine da vent’anni a quella parte, sedette alla scrivania e per prima cosa cominciò a meditare, come tutte le mattine da vent’anni a quella parte. Lo predisponeva all’inevitabile e frenetico roteare di eventi che si sarebbero succeduti in caduta libera per tutto il giorno, come tutti i giorni da vent’anni a quella parte.

E come tutte le mattine, da dieci anni a quella parte, proprio negli ultimi cinque minuti di meditazione entrò nella stanza il suo vice, un bell’uomo di circa quarant’anni, capelli biondi folti e lunghi alla Miguel Bosè prima maniera, lineamenti che non avevano mai del tutto abbandonato le rotondità dell’infanzia, occhi azzurri che mietevano vittime più d’uno tsunami, che rispondeva al nome di Guido de Pascalis (con la d minuscola, perché lui, invece, ci teneva a far sapere che i suoi discendevano da una genia di conti, ramo cadetto d’un albero più maestoso ma sempre conti, circostanza questa che costituiva fonte e motivo di innumerevoli discussioni fra i due rappresentanti della legge).
“ Pasquale, ti disturbo?”
“Nooo, non mi disturba affatto, signor conte, son qui a servirla, come al solito!” gli rispose come sempre De Matteis, lanciandogli poi contro la solita, ma variegata e sempre nuova, sfilza di improperi .
“Senti un po’, ma come è finita poi la storia di quel casino del cadavere con la rosa? Ne sei venuto a capo, sì?”
De Matteis guardò il suo vice con la stessa, irrefrenabile voglia di catafotterlo fuori dalla nestra degli ultimi dieci anni, voglia che tuttavia come sempre represse perché:
– non si chiamava Montalbano e il termine catafotterlo non gli veniva naturale;
– i loro uffici si trovavano al primo piano d’un vecchio palazzotto che affacciava su un vicolo condiviso con un cinese, puzzolente d’immondizia cavoliforme, e quindi tutt’al più si sarebbe insozzato la giacchetta di Armani, che chissà come faceva a comprarsela con lo stipendio miserabile che passava il convento (ah, già, scordava che sul ramo cadetto di quel fetente qualche mela doveva essere rimasta!).

“Be’, con notevolissime difficoltà e solo grazie a un formidabile colpo di culo come sempre, ma penso di essere vicino alla soluzione!” gli rispose, con un sorrisetto gelido che avrebbe congelato all’istante pure Belzebù ma che sul suo vice scivolò via come l’acqua.

“E spiegami un po’ come è andata, che non c’ho capito niente: ma il cadavere chi l’ha ammazzato?” chiese De, pardon, de Pascalis, sistemandosi comodamente sulla seggiola di fronte alla scrivania di de, pardon, De Matteis. “Bella questa, si, proprio bella, cadaveri ammazzati! Complimenti,veramente spesi bene i soldi della scuola privata, dov’è che hai studiato, tu, ai gesuiti? E poco t’hanno menato, se m’ammazzi i cadaveri. Proprio braccia rubate! Comunque, qualche idea me la sono fatta…”

“E dai, spiegami ché sono curioso” lo incalzò il vice, accavallando nobilmente le lunghe gambe.

“E va bene, così magari impari perfino come si fa a catturare i criminali, ché se fosse solo per quelli come te, che i cadaveri li ammazzano, veramente piglieremmo gli assassini solo se ci vengono a beccare dalle mani come uccellini, come pensa parecchia gente! Tieni, ho finito proprio ieri sera il rapporto per il Questore, leggilo, che poi ne parliamo. Vedi mai che ti viene perfino qualche idea! Io esco, ho da sbrigare un servizio”.

“Ma dove vai?”
“Saranno fatti miei? Ma guarda tu se devo rendere conto di quello che faccio a cani e porci! Leggi leggi, ché ti fa bene!”
“Vabbè, che sei stronzo lo sapevo, ma mi fa piacere constatare che affini giornalmente la tua arte. Ma che fai, segui dei corsi di perfezionamento, chessò, fai dei master, c’è una scuola speciale? No, perché mi ci potrei iscrivere anch’io, sai, tanto per non farti sfigurare…”

“…Vabbè, lasciamo perdere, va’. Leggi e non rompere, io torno fra un paio d’ore…” e uscì, lasciando il povero de Pascalis in balia del rapporto sul caso dell’assassino della rosa gialla, così denominato perché aveva lasciato sul cadavere della vittima, una povera pensionata, moglie del custode dell’obitorio, una rosa gialla, appunto.”