Varese – Una provincia con le ali

Uno dei lavori che negli anni passati mi ha dato maggior soddisfazione è stata la realizzazione del numero tematico Varese, Una provincia con le ali, edito da una testata che all’epoca, luglio-agosto del 2008, si chiamava l’Eco del Verbano, poi diventato EV Magazine, Istantanee di territori.

Un progetto voluto dall’editore per celebrare “il connubio tra Varese e il volo” grazie a società dai nomi importanti quali Aeronautica Macchi, Caproni, SIAI Marchetti, Agusta.

Come scriveva l’ing. Dario Galli, allora  Presidente della Provincia di Varese,  nella prefazione: “Le origini dell’epopea aeronautica varesina affondano le radici nel tempo: quando il Novecento sbocciava e l’avventura del volo tentava i primi timidi decolli, nel sud della nostra provincia s’insediavano già quei nuclei originari della futura impresa aeronautica che avrebbe scritto la storia del volo in tutto il mondo”.

Per la realizzazione del progetto ho visionato moltissimi documenti, parlato con alcuni dei protagonisti citati negli articoli, contribuito a scegliere le foto più rappresentative e…mi sono ritrovata, in un mattino di maggio del 1910, in un campo alla periferia di Gallarate, a guardare emozionata Gianni Caproni che dà il primo colpo alle pale del Ca1, mentre Ugo Tabacchi occupa il posto del pilota. Mai s’era vista una cosa così!
E sempre sulle ali del tempo mi sono innamorata di Francesco Baracca, sì, proprio lui, il più celebre aviatore italiano! Baffi da sparviero, espressione fiera, sguardo che incendia. Lo sapevate che sulla carlinga del suo aereo scalpitava un cavallino rampante? Secondo la leggenda il cavallo era di colore rosso, ma fu trasformato in nero, in segno di lutto, dai suoi compagni, quando Francesco Baracca morì, quel maledetto 1° giugno del 1918, a Nervesa della Battaglia. Nel 1923 la madre dell’aviatore donò il suo emblema a Enzo Ferrari e il cavallino divenne il mitico simbolo della omonima casa automobilistica.

Si può dar voce a un sogno? 

La risposta è SI’!  Voi sognate, alle parole per dirlo ci penserò io!

 

 

27 maggio 1910. Sulle ali di un sogno”.

In un campo a sud di Gallarate, nel bel mezzo della brughiera, in un località nota come Cascina Malpensa, o “malpensata” come diceva la popolazione per sottolineare l’inutilità di coltivare quelle terre, un ingegnere trentino, Giovanni Battista Caproni, sta dando un’ultima occhiata al suo gioiello. Lo ha costruito insieme al fratello Federico e al meccanico Ugo Tabacchi.

 

Sono ormai sei anni che insegue questo sogno, da quando nel 1904 aveva visto a Liegi una dimostrazione dei fratelli Wright, i primi celebri aviatori. Quell’incontro segna la nascita di un amore travolgente: il volo.

 

Sicuro delle proprie capacità voleva anche lui disegnare un aereo e difatti, tornato a casa, a Massone, progettò il suo biplano. Non aveva grandi mezzi economici a supportarlo, solo una grande passione e l’aiuto degli amici. Lavorarono tutti con grande entusiasmo, ma arrivati al dunque si accorsero di un problema che non avevano considerato prima: i terreni intorno al suo luogo di nascita erano totalmente inadatti alle manovre di decollo ed atterraggio. Insomma, l’aereo nel 1908 era pronto a volare, ma era stato costruito nel posto sbagliato!

 

Certo non si sarebbe arreso per così poco. Sarebbe stato sufficiente trasferirsi nel luogo adatto.

 

Serviva un terreno pianeggiante ma senza abitanti intorno. Per questo Gianni Caproni si ritrovò a Cascina Malpensa. In quel posto nessuno mai si era sognato di tentare di coltivare alcunché (a parte un breve e poco fortunato tentativo).

Per questo motivo, a partire dal 1832, si tenevano in quella zona le esercitazioni militari, in particolare quelle della Regia Cavalleria (il “Savoia Cavalleria” era di stanza a Somma).

 

Ottenuto il permesso delle autorità militari a usare quel luogo, bisognava portare lì il velivolo.

Il Ca1 venne caricato su un carro trainato da una coppia di buoi e portato da Arco fino alla Stazione di Mori. Qui fu posato su un vagone merci e, in treno, portato a Gallarate. Poi, di nuovo su un carro, fino a Cascina Malpensa.

Proprio davanti all’edificio al centro di quella proprietà demaniale Gianni Caproni sta finalmente per realizzare il suo sogno. Mentre dà una controllata al motore, per accertarsi che ogni cosa sia a posto, Federico sta aiutando Ugo Tabacchi a sistemarsi al posto di pilota. Stanno ripetendo la procedura di decollo. Controllano anche che i timoni direzionali rispondano in modo corretto alle sollecitazioni dei comandi.

 

E’ tutto pronto.

 

Gianni dà alle pale il colpo di avvio e il motore, con un piccolo sbuffo, si accende. I 30 cavalli vapore sembrano funzionare a dovere. Entrambe le eliche bipala girano. Gianni si sposta. Adesso è tutto nelle mani di Ugo.

 

Dal rumore che emette si capisce che il motore, un Miller a stella, sta salendo di giri. Il biplano comincia a muoversi sul terreno. Tabacchi si guarda intorno e vede Gianni corrergli di fianco. Gli sta spiegando cosa fare. Dà il massimo del gas al motore e poi comincia a tirare i comandi. I timoni di coda si muovono e il Ca1 comincia ad alzarsi dal terreno.

 

Si alza di quasi trenta metri e percorre, in volo, circa duecentocinquanta metri. Al meccanico Ugo Tabacchi, promosso sul campo pilota collaudatore e, per conseguenza primo italiano a librarsi in aria, il volo deve essere sembrato durare un’eternità.

 

E’ il trionfo.

 

A nessuno dei tre importa che l’aereo si sia sfasciato in fase di atterraggio. Certo! Tabacchi non è un vero pilota e nessuno aveva preso in seria considerazione il fatto che il biplano, dopo il volo, dovesse anche atterrare. Di buona lena si rimettono al lavoro, le 6000 ore necessarie per riportare il Ca1 al suo splendore sono un peso leggero da sopportare. Le giunzioni sono state rinforzate con nastri di legature in cotone e una tela di cotone è stata usata per ricoprire il tutto.

 

Non è difficile immaginare cosa possano aver provato quei tre cuori che battevano all’unisono. E riesco anche ad immaginare la scena.

Anche perché il Ca1, immerso nel verde, con il motore acceso, è qui davanti ai miei occhi. A Volandia.”

Da Varese, Una Provincia con le ali, suppl. de L’Eco del Verbano mese luglio/agosto 2008.